
Is Music Still Real?

4 Novembre 2026
Alessandro Spinetti
IS MUSIC STILL REAL?
Quando l’intelligenza artificiale mette in discussione l’identità della musica.
Una canzone senza un volto.
Per molto tempo abbiamo pensato alla musica come a qualcosa di profondamente umano. Dietro ogni canzone immaginavamo una persona, una storia, un’esperienza da raccontare. Una voce capace di trasmettere emozioni, qualcuno che trasformava un pensiero in una melodia e un insieme di suoni in qualcosa che potesse appartenere anche agli altri.
Non sempre conoscevamo il volto dell’artista, ma sapevamo che da qualche parte esisteva.
Oggi questa certezza comincia a vacillare.
L’intelligenza artificiale sta entrando nell’industria musicale con una velocità sorprendente. Attraverso piattaforme come Suno e Udio è possibile generare una canzone partendo da poche istruzioni: un genere musicale, un’atmosfera o qualche parola. Il risultato può comprendere voce, strumenti e arrangiamento, restituendo un brano che, almeno all’ascolto, può sembrare una produzione professionale.
Non serve necessariamente conoscere uno strumento o trascorrere anni in una sala prove. La tecnologia permette di trasformare un’idea in una composizione completa in pochi minuti.
Il fenomeno è già visibile nei cataloghi musicali.
Nel luglio 2026 Deezer ha dichiarato di ricevere circa 90.000 brani interamente generati dall’intelligenza artificiale ogni giorno, arrivando a superare il 50% dei nuovi caricamenti nei momenti di picco. Un numero impressionante, anche se questi contenuti rappresentavano ancora una quota molto più ridotta degli ascolti complessivi.
La musica artificiale sta quindi diventando una presenza sempre più consistente nell’industria discografica.
Ma se una voce artificiale riesce a emozionarci, se una melodia rimane nella nostra testa e se un brano diventa parte della nostra quotidianità, quanto conta conoscere la persona che lo ha creato?
La musica è sempre cambiata.
Una delle trasformazioni più interessanti riguarda la nascita di artisti che non esistono nel senso tradizionale del termine.
Non parliamo soltanto di musicisti che utilizzano l’intelligenza artificiale durante la produzione, ma di progetti che costruiscono intere identità artistiche attraverso immagini, biografie, voci e canzoni generate artificialmente.
Il pubblico può ascoltare un brano, seguire un profilo social e riconoscere un’estetica precisa. Tutti gli elementi che normalmente contribuiscono a costruire l’identità di un artista possono essere riprodotti.
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È il caso di Xania Monet, un progetto musicale creato dalla songwriter Telisha Jones attraverso strumenti di generazione musicale. La sua esperienza mostra un aspetto interessante del fenomeno: dietro un’identità artistica artificiale può comunque esserci una persona reale, con un proprio percorso creativo e una precisa intenzione espressiva.
Ma non tutti i progetti funzionano allo stesso modo. In alcuni casi l’intervento umano è centrale, in altri la tecnologia assume un ruolo molto più esteso.
La difficoltà sta proprio nel distinguere queste realtà.
Nell’agosto 2026 Spotify ha annunciato l’introduzione delle etichette AI Persona, pensate per segnalare i profili artistici la cui identità pubblica è generata artificialmente e può essere confusa con quella di una persona reale.
È un tentativo di affrontare una questione che va oltre la tecnologia: il rapporto di fiducia tra chi crea e chi ascolta.
Perché conoscere l’identità di chi si trova dietro una canzone potrebbe diventare importante quanto conoscere la sua provenienza.
L’emozione non ha bisogno di un autore?
Immaginiamo di ascoltare una canzone senza sapere nulla della sua provenienza.
Una voce ci colpisce. Un ritornello ci accompagna per giorni. Una frase sembra descrivere qualcosa che abbiamo vissuto.
Ci emozioniamo.
Poi scopriamo che quella canzone è stata generata interamente da un’intelligenza artificiale.
Cambierebbe qualcosa?
Probabilmente sì, almeno per alcuni di noi. Non perché la melodia sia improvvisamente diversa, ma perché cambia il significato che le attribuiamo. Sapere che dietro una canzone esiste una persona, con le proprie esperienze e contraddizioni, contribuisce spesso al modo in cui interpretiamo ciò che ascoltiamo.
Pensiamo a quanto conti conoscere la storia di un artista per comprendere un album. A quanto un’esperienza personale possa trasformare una canzone in qualcosa di più grande del semplice ascolto.
La musica non è soltanto una combinazione di suoni. È anche memoria, contesto e appartenenza.
Una canzone può riportarci a un’estate, a una persona o a un periodo della nostra vita. Il suo significato dipende anche da ciò che noi abbiamo vissuto ascoltandola.
Un’indagine internazionale commissionata da Deezer a Ipsos nel 2025 ha evidenziato un dato interessante: durante una prova d’ascolto alla cieca, il 97% dei partecipanti non è riuscito a distinguere correttamente la musica interamente generata dall’AI da quella realizzata da esseri umani. L’80% degli intervistati riteneva inoltre che questi contenuti dovessero essere chiaramente identificati.
Una contraddizione significativa: potremmo non essere in grado di riconoscere una canzone artificiale, ma vogliamo comunque sapere quando la stiamo ascoltando.
Forse perché il nostro rapporto con la musica non si esaurisce in ciò che sentiamo. Vogliamo conoscere le storie, riconoscere le persone e scoprire cosa si nasconde dietro un disco.
Una canzone artificiale può certamente emozionarci. Ma questo significa necessariamente che possa sostituire tutto ciò che rende umano il rapporto con la musica?
Il prezzo della creatività.
Dietro la possibilità di generare musica in pochi minuti esiste una questione che va ben oltre l’autenticità artistica.
Chi possiede il materiale utilizzato per addestrare questi sistemi? È possibile utilizzare registrazioni, composizioni e voci di musicisti senza il loro consenso? E chi deve essere riconosciuto e remunerato quando una tecnologia viene costruita anche attraverso il lavoro creativo di altre persone?
Sono domande che stanno già coinvolgendo l’industria musicale e le aule di tribunale.
Nel settembre 2026 il cantautore Jason Isbell e altri musicisti hanno avviato un’azione legale contro Suno, contestando l’utilizzo non autorizzato delle loro opere e identità artistiche. La vicenda si inserisce in un dibattito più ampio sui diritti degli autori e sull’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.
Il problema riguarda anche le piattaforme di streaming.
Se ogni giorno vengono caricati migliaia di brani generati artificialmente, diventa necessario capire come evitare che una quantità enorme di contenuti possa alterare la distribuzione dei compensi destinati agli artisti.
Deezer ha dichiarato che, nel 2025, fino all’85% degli ascolti registrati dai brani interamente generati dall’AI sulla propria piattaforma è stato identificato come fraudolento. Un dato relativo al servizio, che mostra quanto il fenomeno possa essere utilizzato anche per manipolare il sistema dello streaming.
In un mercato già caratterizzato da una forte competizione per ottenere visibilità, l’intelligenza artificiale potrebbe rendere ancora più difficile emergere per chi costruisce una carriera attraverso anni di studio, produzione e ricerca personale.
La sfida non sarà necessariamente impedire alle macchine di fare musica, ma stabilire regole che permettano alla tecnologia di evolversi senza cancellare il valore del lavoro creativo.
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Quello che resta umano.
La musica è sempre stata il riflesso del proprio tempo.
Ha raccontato generazioni, rivoluzioni, amori e cambiamenti culturali. Dalle registrazioni analogiche alle produzioni digitali, ogni epoca ha trovato i propri strumenti e il proprio linguaggio.
L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente un altro passaggio di questa evoluzione. Ma sarebbe un errore pensare che la possibilità di generare musica equivalga automaticamente alla capacità di comprenderne il significato.
Una macchina può ricostruire una struttura musicale, imitare una voce e combinare elementi appartenenti a generi differenti. Può produrre qualcosa che riconosciamo come una canzone.
Ma il rapporto tra un artista e la propria opera è fatto anche di intenzioni, esperienze e scelte che non si esauriscono nel risultato finale.
Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo considerare artificiale tutto ciò che nasce attraverso l’utilizzo di una tecnologia. Un produttore che utilizza l’AI per sperimentare una nuova sonorità non rinuncia necessariamente alla propria identità artistica.
Forse la distinzione più importante non è tra musica realizzata con strumenti tradizionali e musica realizzata con strumenti artificiali, ma tra i diversi modi in cui la creatività umana sceglie di confrontarsi con queste possibilità.
Non sappiamo ancora quale direzione prenderà questa trasformazione. Potremmo abituarci a convivere con artisti che non hanno un volto o un’esistenza al di fuori delle loro canzoni. Potremmo scoprire nuovi linguaggi musicali e nuove forme di espressione.
Ma proprio quando tutto diventerà riproducibile, potremmo iniziare a dare ancora più valore a ciò che non lo è.
Perché una canzone non è importante soltanto per come suona. A volte lo è per chi l’ha scritta, per il momento in cui è nata e per quello che rappresenta.
E forse, alla fine, la domanda non è se una macchina possa fare musica.
La domanda è se noi, sapendo che dietro quella musica potrebbe non esserci nessuno, continueremo ad ascoltarla nello stesso modo.
Cover Art: Roberta Lombardi

From Manchester to the world

23 Settembre 2026
Alessandro Spinetti
OASIS — La Rivoluzione del Britpop
Burnage, Manchester.
Fine anni ’80.
Le strade grigie, i pub pieni di fumo, le case popolari e una generazione intera che sente di non avere futuro.
È qui che nasce una piccola band chiamata Rain.
Nessuno immagina che quel nome sarebbe diventato il punto di partenza di una rivoluzione culturale destinata a cambiare per sempre la musica britannica.
I Rain decidono di licenziare il proprio cantante. E il bassista del gruppo, Paul “Guigsy” McGuigan, pensa subito a un suo amico.
Il suo nome è Liam Gallagher.

All’epoca Liam non è particolarmente interessato alla musica.
È arrogante, impulsivo, sempre pronto a cacciarsi nei guai.
Ma una sera suo fratello Noel gli propone di andare a vedere un concerto degli The Stone Roses.

Dopo quella notte qualcosa cambia.
Liam rimane completamente travolto dall’energia della band, dall’attitudine, dal suono di Manchester.
Per la prima volta capisce che la musica può essere molto più di semplice intrattenimento.
Può essere identità.Può essere appartenenza.
Così accetta la proposta di Guigsy ed entra nei Rain come frontman.
Ed è proprio Liam a proporre il cambiamento che segnerà la nascita definitiva della band.
Nella sua stanza aveva un poster con scritto:
“Oasis Leisure Centre, Swindon”.
Quel nome lo colpisce.Gli piaceva l’immagine che evocava.Qualcosa di distante dalla grigia quotidianità inglese.
Da quel momento i Rain diventano gli Oasis.
Gli inizi.
Liam e Noel Gallagher crescono in una famiglia distrutta dalla violenza.
Il padre è alcolizzato e aggressivo.La madre Peggy decide di scappare insieme ai figli pur di salvarli da quell’ambiente.
I due fratelli crescono nello stesso quartiere, ma sviluppano personalità completamente diverse.
Noel è introverso, ossessionato dalla musica, passa le giornate a suonare la chitarra e ad ascoltare dischi.
Liam invece vive d’istinto. È caos puro.
Ma proprio quell’equilibrio impossibile diventerà la forza degli Oasis.
Nei primi tempi la band fatica a decollare.
Secondo Liam il problema principale sono i testi:
Troppo deboli, Troppo anonimi.
Serviva qualcuno capace di dare una direzione vera al gruppo.
Nel frattempo Noel lavora come roadie per gli Inspiral Carpets e gira gli Stati Uniti in tour.

“What’s the Story? Morning Glory”
Quando torna a Manchester scopre che Liam è diventato il cantante di una band.
Incuriosito decide di andare a sentirli dal vivo.
Quella sera Noel non rimane particolarmente colpito.
Ma Liam capisce immediatamente una cosa:
Noel era l’elemento mancante.
All’inizio gli propone semplicemente di diventare manager della band.
Noel però alza la posta.
Vuole entrare nel gruppo.Ma a una sola condizione:
essere l’unico autore dei brani e il chitarrista principale.
È in quel momento che nascono davvero gli Oasis.
Da quel giorno la band inizia una scalata rapidissima.
Concerti sempre più grandi.Demo sempre più richieste.Una sicurezza quasi arrogante che li rende diversi da chiunque altro.
E nel 1995 arriva l’album che cambierà tutto.
Con (What’s the Story) Morning Glory? il Britpop smette di essere un movimento underground e diventa il volto della nuova Inghilterra.
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Il Logo
Anche la loro identità visiva contribuisce a costruire il mito.
Noel chiede a un amico della band, il graphic designer Brian Cannon, di occuparsi dell’immagine del gruppo.
Prima ancora di lui, un altro designer, Tony French, aveva creato una delle prime grafiche iconiche della band.
L’idea nasce dalla bandiera britannica.
Foto della Union Jack con su la scritta “OASIS” con una leggera traccia.
Tony utilizza un software chiamato QuarkXPress per manipolare l’immagine della Union Jack creando un effetto vortice psichedelico.

Quella grafica finirà sulla famosa cassetta conosciuta oggi come “Union Jack Tape”.
Ne vengono prodotte soltanto dieci copie.
E saranno proprio quelle cassette a far ottenere alla band il primo contratto con la Creation Records.
Noel ama quel logo.
Diceva che gli dava l’impressione che la bandiera britannica stesse scendendo nello scarico di un lavandino.
Il 18 giugno 1993 gli Oasis suonano all’Hop and Grape di Manchester come supporto ai Dodgy.

È la prima volta che vendono merchandising ufficiale.
Le magliette riportano il logo della Union Jack.
Ed è proprio quella sera che Noel incontra Brian Cannon.
Dopo aver visto alcuni lavori realizzati per i The Verve, gli chiede di costruire l’identità visiva definitiva della band.
Brian capisce subito che il vecchio logo non funziona.
Soprattutto in bianco e nero.
Negli anni ’90 gran parte delle riviste musicali stampava ancora senza colori, quindi il gruppo aveva bisogno di un’identità immediatamente riconoscibile.
Cannon inizia così a cercare ispirazione.
Finché si imbatte in un disco storico:
The Rolling Stones No.2 degli The Rolling Stones.

La copertina lo colpisce immediatamente.
Nessun testo invasivo.Nessuna composizione complessa.
Solo una fotografia e il piccolo logo della Decca Records.
Da lì nasce l’idea del logo definitivo degli Oasis.
Pulito.Minimalista.Immediatamente riconoscibile.
Brian utilizza inizialmente il font Futura, uno dei caratteri più famosi nella storia del Graphic design.

Ma si rende conto che in formati piccoli il logo perde leggibilità.
Così decide di sostituirlo con il font che completerà definitivamente l’identità della band:
Helvetica.
Nasce così uno dei loghi più iconici della storia della musica.
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La Moda
Gli Oasis non hanno influenzato soltanto il Rock Britannico.
Hanno dato voce a un’intera classe sociale.
La working class inglese degli anni ’90 si sente abbandonata, invisibile, senza rappresentanza.
E negli Oasis trova finalmente un megafono.
Liam Gallagher non sembrava una rockstar irraggiungibile.
Sembrava uno di loro.
Parka, polo, Adidas.
Non era soltanto moda.
Era un linguaggio sociale.
Vestirsi come gli Oasis significava appartenere a qualcosa.
Per la classe operaia britannica era il rifiuto dell’eleganza artificiale del pop americano.
Era orgoglio.
Orgoglio inglese.Orgoglio proletario.Orgoglio di provenire dalle periferie dimenticate.

Gli Oasis non cantavano soltanto di successo.
Cantavano della voglia di scappare.Della speranza di diventare qualcuno.Del desiderio di sentirsi vivi in un’Inghilterra che sembrava aver dimenticato la propria gente.
Ed è proprio per questo che diventano molto più di una semplice band.
Diventano il volto del Britpop.
Una rivoluzione culturale che restituisce al popolo britannico una nuova identità, in un periodo in cui la cultura americana stava dominando il mondo.
Non importava da quale parte dell’Inghilterra arrivassi.Non importava quanti soldi avessi.
Gli Oasis ti facevano credere che fosse ancora possibile sognare.
E forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, la loro storia continua a parlare a intere generazioni.
“LIVE FOREVER”
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Special Thanks to OASIS
Sources:
AT THE BARRIER | ANSA.IT | ROLLINGSTONE.IT | MICRODOT | PINTEREST | AMAZON | ONDAROCK |ONDA MUSICALE | DISHARMONY

Oltre una Directory
Perchè la curatela è diventata un valore nel panorama creativo.
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9 Settembre 2026




